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Ernesto Abbate

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Ernesto Paolo Abbate, nasce a Noicattaro (BA) il 6 settembre 1881 da Biagio, musicista bitontino e direttore

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Il maestro con la banda di Squinzano alla presenza di Pietro Mascagni

d’orchestra già affermato, e da Maria Tarantino di Corato. I coniugi Abbate, sposati nel 1870, hanno avuto, prima di Ernesto Paolo, altri 4 figli nati tutti a Bitonto : nel 1871, Antonio Biagio (morto dopo pochi mesi di vita); nel 1872, Antonio Biagio; nel 1874, Gennaro Michele ; nel 1876 Maria Sofia. Intraprese lo studio della musica col padre e col fratello maggiore Gennaro, successivamente, al “regio” Conservatorio di Napoli, fu allievo di composizione dei maestri Nicola D’Arienzo e Camillo De Nardis.

Appena ventisettenne fu scelto fra trentadue concorrenti alla direzione della banda di S. Ferdinando di Puglia. Successivamente passò alla banda di Soleto (LE) dove vi rimase fino all’inizio della prima guerra mondiale.

Nel 1919, tra i numerosi inviti che gli furono rivolti, scelse quello di Squinzano, dove vi rimase fino all’ultimo giorno della sua vita. L’otto aprile del 1921, a conferma della stima reciproca fra il maestro e la città, la civica amministrazione di Squinzano gli conferì la cittadinanza onoraria.

In questi 15 anni di completa dedizione alla banda salentina, mise pienamente in atto la riforma organica strumentale di Alessandro Vessella che lo portò a scrivere un repertorio adatto al meglio utilizzare l’insieme timbrico di un organico di 70 elementi, facendo diventare quel complesso l’emblema dell’avanguardia musicale italiana. Ernesto Abbate, insieme al fratello Gennaro, è stato uno dei primi compositori italiani a scrivere musica originale per banda. Sullo stile della musica descrittiva, scrisse prettamente per l’organico bandistico diversi poemi sinfonici.

Il più conosciuto fra tutti, “La sagra dei fiori”, è un poema sinfonico descrittivo dove vi è raccontato il rito della benedizione dei fiori in una festa di paese che raccoglie suoni di immagini collettive di quell’Italia rurale del primo novecento.

Canto d’eroi” , poema cavalleresco ispirato alla poesia Epica dell’Ariosto, dove nella descrizione musicale degli episodi, dal fragore delle armi al sogno del soldato, al trionfo dell’eroe, vi è tutta una gamma di toni e colori che caratterizzano le gesta di un’epoca immortalata di leggende; ”La Principessa lontana” poema drammatico ispirato ai versi del Carducci e del Rostand che narra il disperato e fatale amore per Melisenda e la patetica fine del provenzale Rudel, il tutto in una musica toccante, pregna di sentimento d’angoscia, di pietà le cui ultime note, si perdono in un pianissimo denso di commozione e di struggimento.

Scrisse altre musiche descrittive in tempo di marcia, dei veri e propri capolavori che nessun’altro, oltre al fratello Gennaro, ha saputo eguagliare o sviluppare negli anni avvenire. Uno stile unico. Inventò così la marcia “Sinfonica”, che potrebbe sembrare incompatibile all’impiego che la banda ne avrebbe fatto, visto che nel marciare, prima di allora, venivano usati i soli caratteri militari, trionfali o funebri, e, come se non bastasse, ne scrisse altre di carattere brillante e caratteristico con l’impiego di disegni melodici e ritmici mai ripetitivi e sempre originali. Basti citare “A Tubo”, “I Gladiatori” , “Bella Madonna”, “Ninì la capricciosa” per confermare l’originalità e la grandezza di queste primordiali “composizioni per banda”.

Seppe così coniugare gli stili compositivi della musica colta al più popolare impiego della banda. Prima di allora, le bande marciavano al solo tempo di 2/4 o 6/8 e con melodie prettamente patriottiche o cavalleresche, con Ernesto Abbate hanno imparato a marciare anche nel tempo di 4/4 con melodie che richiamano il carattere melodrammatico ottocentesco e la musica descrittiva, il tutto cucito con l’arte della grande scuola napoletana di composizione.

Nel 1932 una grave malattia lo colpì e nel 1934, piegandosi alle insistenze della moglie Rosa e del figlio Biagio, affidò la “sua” banda di Squinzano alla bacchetta del grande fratello Gennaro e si trasferì a Martina Franca dove morì il 24 aprile del 1934.

Il funerale fu seguito da ben cinque bande musicali, fra le più famose d’Italia, che resero con la musica l’ omaggio dovuto al grande direttore, tanti i telegrammi inviati da tutto il mondo musicale dell’epoca a testimonianza della notorietà e dell’ammirazione che il maestro godeva. La salma, per suo volere, fece ritorno e riposa tutt’ora nel cimitero di Squinzano, la città d’adozione liberamente scelta e immensamente amata.

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